Come temevamo, alla fine il decreto “spalma incentivi” è stato approvato.
Non vogliamo ripetere di nuovo gli argomenti e le proteste già richiamati da tutte le Associazioni attive nel settore delle fonti rinnovabili, ma ci sembra che valga la pena puntualizzare alcuni aspetti di questa triste bravata del governo Renzi.
Da un punto di vista politico, è evidente che si è preferito seguire il facile ragionamento “democratico” secondo cui se si colpisce una minoranza a favore di un gruppo numeroso si guadagnano consensi: gli imprenditori del fotovoltaico sono poche migliaia, mentre le PMI beneficiate (?) sarebbero molte, quindi cosa importa se si infrangono contratti e si rischia di far fallire migliaia di piccoli imprenditori, il consenso verso il governo forse aumenterà.
E’ amaro constatare che questo ragionamento, oltre al cinico aspetto descritto sopra, rivela una volta di più la cultura anti impresa che da troppo tempo domina in Italia, nella classe politica come in quella giornalistica. Gli imprenditori del fotovoltaico infatti sono stati tra i pochi in Italia che negli ultimi anni hanno creato dal nulla, a loro completo rischio, un nuovo fiorente settore, impegnando per questo i loro patrimoni, ipotecando le loro case, scommettendo su tecnologie che oggi sembrano banali a tutti, ma cinque anni fa erano ancora sconosciute: infatti i prezzi nel 2010 erano altissimi, il rischio di errori di progetto era elevato, ma questi imprenditori visionari ci hanno creduto e hanno provato, confidando ovviamente nell’affidabilità dei contratti sottoscritti con il GSE, che rappresenta lo Stato Italiano. Ciò nonostante quasi subito stampa e politica hanno cominciato a presentare all’opinione pubblica gli imprenditori del fotovoltaico non come una splendida e promettente scintilla di rinascita imprenditoriale che stava creando dal nulla un settore con oltre 100.000 occupati, in gran parte in Sud Italia, ma come una banda di speculatori, quando non di mafiosi. Perché questo astio, che non ha uguali in nessun altro paese del mondo? Si è capito ora, per preparare e giustificare la bastonata che avevano in mente. Rompere unilateralmente i contratti sottoscritti, sostenendo falsamente che tanto le cose andranno bene ugualmente e che gli imprenditori, anzi gli speculatori che hanno fatto impianti da più di 200 KW (!) tutto sommato se lo meritano.
Forse vale la pena ricordare che alla fine del 1900, quando l’unica fonte rinnovabile in Italia era l’idroelettrica, il contributo del rinnovabile al totale di produzione di energia elettrica italiana era del 15%, dopo 100 anni di enormi investimenti, e ora, solo quindici anni dopo, questo contributo è più che raddoppiato, passando al 34%, grazie al fotovoltaico e all’eolico (di nuovo idroelettrico non ce n’è più), e grazie a investimenti tutti privati. Questo significa minore inquinamento, minore dipendenza dalle importazioni di idrocarburi, migliore bilancia dei pagamenti, e guarda guarda, anche minore costo dell’energia perché è evidente che l’energia da fonti rinnovabili una volta fatto l’investimento iniziale, non consuma combustibile. Qualcuno ha detto bravi? No ci mancherebbe. Qualcuno ha detto andiamo avanti così? Si, ma purtroppo lo hanno detto la Germania (che ha fissato l’ ambizioso ma realistico obiettivo di arrivare al 50% da fonti rinnovabili) la California (che ha allo studio per arrivare addirittura al 100% di produzione di energia da fonti rinnovabili) e altri paesi, ma non l’Italia. Qui, per non troppo incomprensibili ragioni legate agli interessi delle grandi aziende energetiche statali (Enel, ENI) che non guadagnano più abbastanza con l’importazione del gas naturale e con le loro centrali termoelettriche, si decide di andare in controtendenza.
Quanto servirebbe ad uscire dalla crisi che sta uccidendo l’Italia una politica industriale illuminata, che ad esempio incentivasse la trasformazione dei sistemi di riscaldamento residenziale dal gas a pompe di calore, che possono funzionare con energia prodotta dalle fonti rinnovabili. O lo sviluppo delle smart grid, di cui ormai si parla ovunque. O ancora l’incentivazione di veicoli elettrici con reti di ricarica alimentate da fonti rinnovabili. Se il governo definisse regole di questo tipo, non sarebbero necessarie lunghe discussioni sull’articolo 18, le imprese avrebbero di nuovo un’opportunità e forse tornerebbero a lavorare ed assumere (sempre che si possano fidare di questo Stato che rompe i contratti). Ma purtroppo si preferisce fare tutt’altro.
E veniamo all’aspetto economico. Si è parlato poco del fatto che dal 2014 i produttori di energia da fonte fotovoltaica hanno già subito una fortissima riduzione dei loro ricavi a causa dell’annullamento delle tariffe garantite (DL n.145 “Destinazione Italia”, 23 dicembre 2014), in pratica un MWh che nel 2013 veniva pagato 80 Euro nel 2014 viene pagato meno della metà, circa 30-35 Euro. A chi sono andati i benefici di questo taglio? Certamente non alle PMI. Comunque questa riduzione di per sé, anche se non ci fosse stato il nuovo spalma incentivi, rappresenta una fortissima contrazione dei ricavi delle imprese fotovoltaiche, e di conseguenza dei risultati economici di migliaia di piccoli di produttori. Ora dal 2015 si aggiungerà anche la riduzione degli incentivi. Ma le imprese che producono energia da fonti rinnovabili a differenza di altre industrie non hanno molte leve per effettuare una ristrutturazione dei costi: l’80% dei loro costi sono rappresentati dall’ammortamento dei mutui, ed il resto è rappresentato da manutenzione, sorveglianza, gestione e non può essere compresso o tagliato. Quindi ora dovremo attendere per capire se le banche decideranno di accettare un allungamento dei mutui e quindi dare una possibilità alle imprese di salvarsi, o se preferiranno farle fallire non accettando (cosa legalmente nei loro diritti) nessuna dilazione, per poi rivendere gli impianti ai famosi “vulture funds”, i fondi avvoltoi. Lo capiremo in autunno.
Noi rivendichiamo con orgoglio la nostra attività imprenditoriale, anche se con il rammarico di lavorare in un paese che non solo non l’apprezza, ma se può l’avvilisce, la deturpa e la manda in rovina.

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